Intervista a Danilo Zolo

  1. Professor Zolo, che cosa distingue l’odierno impero americano dai precedenti imperi della storia, ad esempio dall’Impero romano?

 

 

Danilo Zolo. Al di là di varianti di dettaglio, quando oggi si applica agli Stati Uniti la qualifica di “potenza imperiale” o “neo-imperiale” si allude ad una forma politica contraddistinta dalle tre seguenti caratteristiche morfologiche e funzionali: 1. La sovranità imperiale è una sovranità politica molto forte, accentrata e in espansione. Attraverso di essa l’impero esercita un potere di comando ‘assoluto’ sulle popolazioni che risiedono nel territorio della madrepatria. A questo potere diretto si aggiunge un’ampia sfera di influenza politica, economica e culturale su altre formazioni politiche, più o meno contigue territorialmente, che conservano a pieno titolo la loro sovranità formale, per quanto si tratti, di fatto, di una sovranità limitata. Da questo punto di vista la ‘dottrina Monroe’, applicata dagli Stati Uniti nel subcontinente americano, in particolare nell’area caraibica, è stata una tipica espressione di espansionismo imperiale di natura ‘informale’; 2. Al centralismo e all’assolutismo degli apparati di potere imperiale — l’autorità imperiale è per definizione legibus soluta sul piano internazionale ed esercita un potere interno in linea di principio non ‘rappresentativo’ — si accompagna un ampio pluralismo di etnie, comunità, culture, idiomi e credenze religiose diverse, separate e distanti fra loro. Rispetto ad esse il potere centrale esercita un controllo più o meno intenso, ma che tuttavia non minaccia la loro identità e relativa autonomia culturale. La combinazione di assolutismo antiegualitario e di pluralismo etnico-culturale connota l’impero opponendolo al carattere rappresentativo e nazionale dello Stato di diritto europeo; 3. L’ideologia imperiale è pacifista e universalista. L’Impero viene concepito come un’entità perenne: è un potere supremo, garante di pace, di sicurezza e di stabilità per tutti i popoli della terra. La pax imperialis è per definizione una pace stabile e universale: l’uso della forza militare ha come scopo la sua promozione. L’Imperatore è il solo, unico imperatore che per mandato divino (o per un destino provvidenziale) comanda, di fatto o potenzialmente, sul mondo intero: un solo basileus, un solo logos, un solo nomos. In quanto imperator, l’imperatore è il supremo capo militare; in quanto pontifex maximus è il sommo sacerdote; in quanto princeps esercita una giustizia sovrana. Il regime imperiale si autoconcepisce e si impone come un regime mono-cratico, mono-teistico e mono-normativo. È chiaro che la fonte remota ma determinante di questo paradigma oggi applicato agli Stati Uniti è l’Impero romano, da Augusto a Costantino, con le sue strutture, la sua prassi, la sua ideologia, sia pure in una versione tendenzialmente ‘informale’ e in questo senso differenziata dal modello classico dell’Impero romano. Nell’impero formale il dominio viene esercitato attraverso l’annessione territoriale. E l’amministrazione dei territori annessi è affidata a governatori coloniali sostenuti da truppe metropolitane e da collaboratori locali. L’impero informale esercita invece il suo potere attraverso la manipolazione e la corruzione delle classi politiche locali, e lo esercita su territori contigui e nei confronti di regimi formalmente indipendenti.

 

 

 

2. La giustificazione delle guerre neocoloniali dell’Impero, prodotto della globalizzazione, trova – secondo Preve – il suo fondamento metafisico segreto nel trattamento simbolico differenziato di Auschwitz e di Hiroshima (con la conseguente amministrazione di un pentimento diseguale e manipolato), frutto di “un giusnaturalismo a corrente alternata e a geometria variabile”. Un’ideologia che favorisce l’aggressore più forte (l’aggressore tecnico, con i suoi ineluttabili bombardieri o ancor meglio Unmanned Combat Air Vehicles) rispetto all’aggressore  più debole (ideologico): “L’assoluzione di Hiroshima e la condanna di Auschwitz è anche implicitamente l’assoluzione della Tecnica (fatale e onnipotente) e la condanna dell’Ideologia (perversa ed ingannatrice)”. Si trova d’accordo con tale tesi?

 

 

Danilo Zolo. Personalmente non parlerei di metafisica, né di giusnaturalismo. Si è trattato più semplicemente, a mio parere, della logica politica della “giustizia dei vincitori” che continua a regnare sovrana anche oggi, come ho sostenuto e tentato di provare in un mio saggio recente, uscito da Laterza. Ho sostenuto che il diritto internazionale e in particolare la giustizia penale internazionale viene applicata secondo un doppio binario, secondo che  a violare il diritto internazionale siano le grandi potenze occidentali, normalmente vincitrici dei conflitti di grandi dimensioni, o, invece, medie e piccole potenze, normalmente sconfitte. Il processo di Norimberga è stata una vendetta dei vincitori sui vinti, che si è mascherata nelle forme di una giustizia internazionale, che in realtà ha violato una serie di principi del diritto internazionale e del diritto moderno, a partire dalla irretroattività del diritto penale e dalla eguaglianza giuridica dei soggetti di diritto. I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki sono stati sicuramente dei gravissimi illeciti internazionali alla luce del diritto internazionale vigente nel momento in cui sono stati commessi (agosto 1945) in quanto si è trattato si un strage intenzionale di civili inermi. Ma, sulla base del diritto sino ad allora vigente, si trattava di crimini di guerra imputabili agli Stati come unici soggetti del diritto internazionale e non a singoli individui. È solo con il Tribunale militare internazionale di Norimberga, voluto dalla potenze vincitrici della guerra mondiale, che nel 1945 si inizia a perseguire singoli individui per crimini di guerra e per crimini contro l’umanità. Dunque, soltanto una corte penale internazionale ad hoc, come la Corte di Norimberga e come quella analoga di Tokjo (1946), avrebbe potuto incriminare e sanzionare i singoli individui responsabili del  bombardamento efferato di Hiroshima e Nagasaki, a cominciare dal presidente Truman e dai suoi diretti collaboratori, sino ai piloti dei due aerei che avevano sganciato le bombe, se soggettivamente consapevoli del crimine che stavano commettendo. Ma solo le grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale erano politicamente e militarmente in grado di processare e condannare gli sconfitti, non viceversa. Il solo tentativo di assumere il processo di Norimberga come un precedente giudiziario internazionale fu esperito nell’agosto 1949 dall’Etiopia, che chiese all’Italia di estradare i marescialli Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani come criminali di guerra. L’Etiopia intendeva sottoporli al giudizio di un Tribunale internazionale, composto in maggioranza da giudici non etiopici, che avrebbe seguito i principi e le procedure previste nello Statuto del Tribunale di Norimberga. Ovviamente, la richiesta non ebbe alcun esito. È il caso di aggiungere che per quanto riguarda i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, le Convenzioni di Ginevra del 1949 hanno creato un sistema repressivo in teoria molto rigoroso: ogni Stato che abbia ratificato le convenzioni è  tenuto a ricercare, arrestare e processare le persone accusate di gravi violazioni del diritto internazionale, oppure a consegnarle ad un altro Stato che ne reclami l’estradizione, in base al principio aut dedere aut judicare. Per di più, le Convenzioni di Ginevra hanno introdotto un istituto fortemente innovativo: quello della giurisdizione universale, che consente a qualsiasi Stato contraente di processare un soggetto indipendentemente dalla sua nazionalità, dalla nazionalità della vittima o del reo, e dal luogo dove sia stato commesso il crimine. Infine, con la Convenzione sulla Non-Applicability of Statutory Limitations to War Crimes and Crimes Against Humanity dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, entrata in vigore nel novembre del 1970, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità sono stati dichiarati imprescrittibili.  Dunque, sicuramente a partire dal 1970 (ma forse anche da prima), i responsabili delle stragi di Hiroshima e Nagasaki avrebbero potuto essere processati e condannati. Alla ovvia condizione che siano ancora in vita, essi potrebbero esserlo tutt’oggi. Ma, come si sa, nessun autorità politica o giudiziaria del mondo — a cominciare dal Giappone — ha osato sfidare la super-potenza statunitense. Così funziona la “giustizia dei vincitori”.

 

 

3. A suo avviso la Cina di oggi può essere considerata, secondo i vecchi schemi, capitalista o comunista, oppure è qualcosa di totalmente differente?

 

 

Danilo Zolo. Sono stato in Cina molti anni fa e non sono uno specialista delle questioni socio-politiche cinesi, anche se cerco di seguire con attenzione, sulla stampa internazionale, gli sviluppi della situazione cinese, che a mio parere è di grandissimo rilievo strategico. Quello che posso dire è che da qualche tempo la Cina tenta, molto lentamente, di fare suoi alcuni principi generali dello Stato di diritto occidentale, superando la tradizione dell’autoritarismo confuciano e abbandonando del tutto l’ideologia marxista, che del resto è passata sulla società cinese come acqua sui vetri.  La Cina è tuttavia ancora lontana da un livello minimo di democrazia, così come la intendono gli occidentali, e dal rispetto dei diritti umani,  pur avendo sottoscritto trattati internazionali che lo impongono. Sul piano economico, il suo regime è sempre più chiaramente integrato nei processi di globalizzazione dominati dall’economia di mercato, e del resto non potrebbe essere diversamente per una grande potenza in una fase di rapidissima espansione economica  (e di devastazione ambientale).  Secondo la logica dell’economia di mercato cresce sempre più in Cina il divario economico fra la sempre più ricca fascia orientale fortemente industrializzat – da Hong Kong e Canton a Shanghai e Beijing – da una parte e, dall’altra, l’immensa area continentale dove centinaia di milioni di contadini vivono in condizioni di estrema arretratezza e di  povertà. Sarebbe comunque pura ottusità occidentalistica esigere che la Cina si converta tout court ai valori che l’Occidente pretende che siano cogenti e universali: la democrazia, i diritti umani, lo Stato di diritto, l’economia di mercato.

 

 

4. Lei ha sostenuto che oggi l’ideologia dei diritti umani è il pretesto con il  quale i governi occidentali, in particolar modo gli Stati Uniti, consolidano il loro dominio su altri paesi considerati da loro “barbarici”. Secondo lei esistono dei diritti umani pre-sociali e quindi connaturati alla natura umana, oppure sono mistificazione ideologica.

 

 

Danilo Zolo. Da molti anni sostengo che la dottrina dei diritti dell’uomo è un tipico prodotto della cultura europea, priva di universalità e senza alcun fondamento filosofico che la renda razionalmente cogente. Nel suo aspetto strettamente giuridico il tema dell’universalità dei diritti umani coincide con quello del valore normativo che può essere riconosciuto alla Dichiarazione universale del 1948. Secondo alcuni giuristi si tratterebbe di ius erga omnes, tale da poter essere applicato, a certe condizioni, anche in forma coercitiva. Secondo altri il documento votato dall’Assemblea delle Nazioni Unite è privo dei requisiti formali propri di un testo giuridico. È stato Hans Kelsen a sostenere fra i primi che la dottrina dei diritti dell’uomo contenuta nella Dichiarazione universale non può essere considerata giuridicamente vincolante: sia per la carenza di poteri legislativi dell’organo che la ha approvata, sia per la formulazione non imperativa del testo, sia infine per l’assenza di ‘norme secondarie’ che prevedano sanzioni. Ma l’universalità dei diritti umani è un tema controverso soprattutto in termini di filosofia del diritto internazionale. La disputa non riguarda il significato che la dottrina dei diritti dell’uomo ha avuto all’interno della storia politica e giuridica occidentale: è fuori discussione che questa dottrina è uno dei lasciti più rilevanti della tradizione europea del liberalismo e della democrazia. Il problema è un altro: riguarda il rapporto fra la filosofia individualistica che è sottesa a questa dottrina, da una parte, e, dall’altra, l’ampia gamma di civiltà e di culture i cui valori sono molto lontani da quelli europei. Si pensi, in particolare, ai paesi del sud-est e del nord-est asiatico, di prevalente cultura confuciana, all’Africa sub-sahariana e, ovviamente, al mondo islamico. Sotto questo profilo è stata illuminante la polemica che ha animato la seconda Conferenza delle Nazioni Unite sui diritti dell’uomo, svoltasi a Vienna nel 1993. Due opposte concezioni si sono fronteggiate: da una parte c’era la dottrina occidentale dell’universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo. Dall’altra c’erano le tesi di molti paesi dell’America latina e dell’Asia: questi ultimi rivendicavano la priorità, in tema di diritti dell’uomo, dello sviluppo economico-sociale, della lotta contro la povertà e della liberazione dei paesi del Terzo mondo dal peso dell’indebitamento estero. E accusavano i paesi occidentali di voler usare l’ideologia dell’interventismo umanitario per imporre all’umanità intera la loro supremazia economica, il loro sistema politico e la loro concezione del mondo.   Ed altrettanto emblematica è stata la polemica, che ha avuto come epicentro Singapore, la Malesia e la Cina e che ha dato luogo alla ‘Dichiarazione di Bangkok’ del 1993, sulla opponibilità degli Asian values alla tendenza dell’Occidente ad imporre alla culture orientali i suoi valori etico-politici assieme alla scienza, alla tecnologia, all’industria e alla burocrazia occidentali. Oggi le classi dirigenti di un numero crescente di paesi del Sud-Est asiatico sono impegnate a riscattare la propria identità politica e culturale all’insegna di valori come l’ordine, l’armonia sociale, il rispetto dell’autorità, la famiglia. In questa prospettiva l’Occidente viene concepito come il luogo dove i valori comunitari decadono sotto la spinta di un individualismo sfrenato che afferma diritti ma non riconosce doveri. Ed anche la dottrina dei diritti dell’uomo viene accusata di fondarsi su una filosofia individualistica e liberale in contrasto con l’ethos comunitario e antiformalistico delle tradizioni asiatiche, oltre che delle antiche culture africane e americane.  L’universalità dei diritti dell’uomo è dunque un postulato razionalistico che non solo manca di conferme sul piano teorico, ma viene giustamente guardato con sospetto dalle culture non occidentali. Oltre vent’anni fa Hedley Bull aveva sostenuto con grande preveggenza che l’ideologia occidentale dell’intervento umanitario per la tutela dei diritti dell’uomo era in continuità lineare con la tradizione missionaria e colonizzatrice dell’Occidente: una tradizione che risaliva agli inizi dell’ottocento, all’epoca degli interventi militari dei nordamericani a Cuba e degli europei nell’Impero ottomano.   

 

 

5. Secondo il Professor La Grassa , la crescita di potenze ad est come la Russia e la Cina ci starebbe facendo entrare in un fase policentrica di scontri fra potenze. Lei è d’accordo con tale tesi?

 

 

Danilo Zolo. Non sono in grado di fare previsioni di questa portata, né di valutare previsioni altrui che abbraccino fenomeni di scala globale. Non ne ho la competenza e, anche se la avessi, sarei estremamente prudente. I processi di evoluzione economica, politica e strategica oggi in corso nel contesto della globalizzazione sono estremamente complessi, turbolenti, imprevedibili. Nel breve periodo si può solo ritenere probabile che potenze come la Russia , l’India, la Cina e il Brasile – per dirla in termini molto sommari – tenteranno sempre di più di liberarsi dalla situazione di stabilità egemonica che vede gli Stati Uniti d’America al vertice di una costituzione imperiale del mondo. Se questo processo si svolgerà “pacificamente”, sul terreno della concorrenza economico-finanziaria, o se invece comporterà conflitti locali più o meno ampi o, addirittura, una terza guerra mondiale, non è possibile secondo me prevedere.

 

 

6. Dalla seconda guerra mondiale e ancora di più in seguito alla caduta del blocco sovietico, l’Europa è ostaggio degli Stati Uniti, che la disseminano di basi militari potentemente armate. Secondo lei l’Europa può sfruttare la crescita di potenze ad est per cercare di staccarsi dalla morsa statunitense?

 

 

Danilo Zolo. La mia opinione, che ho sostenuto con forza in L’alternativa mediterranea, un volume collettivo che ho recentemente curato assieme a Franco Cassano, è che il destino dell’Europa dipende dalla sua capacità di riscoprire le sue radici mediterranee, di tentare un dialogo con la cultura arabo-islamica e di  ritrovare la sua identità culturale e politica. Questa è la strada che a mio parere l’Europa ha per recuperare quella centralità strategica che gli Stati Uniti d’America le hanno usurpato e per svolgere una funzione di equilibrio strategico internazionale nei confronti del mondo asiatico, sempre più emergente. Che i paesi europei intendano impegnarsi e possano avere successo in questa operazione strategica, liberandosi dal servilismo atlantico, è questione drammaticam

Intervista a Danilo Zoloultima modifica: 2008-04-14T17:50:20+02:00da olaudaheq
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