Europa a passo di gambero

di Orsola Casagrande

su Il Manifesto del 14/06/2008

 

L’Irlanda ha detto no. L’isola di smeraldo dunque ha deciso e rispedito ai partner nell’Unione europea il trattato di Lisbona. Il fronte del no ha vinto arrivando al 53.4% e mandando in crisi, oltre all’Europa (istituzionale) anche il governo irlandese, tutto schierato per il sì. Impossibile, per il governo, tentare di giustificare la sconfitta con la scarsa affluenza alle urne: ha votato il 53,1% degli elettori, un’affluenza più alta che negli altri referendum. I ministri del Taoiseach (il premier) Brian Cowen hanno atteso fino a dopo mezzogiorno prima di ammettere la sconfitta. E quando l’hanno fatto sono stati comunque più attenti al post mortem che all’ammissione della morte stessa. Un cupo e affranto ministro degli esteri, Micheal Martin, ha detto che «questo voto contrario al trattato rivela la distanza tra l’Europa e i suoi cittadini».
Che le cose si stessero mettendo male per il governo lo si è visto fin dalle prime ore del mattino. I primi risultati, infatti, davano al no un margine piuttosto ampio in aree importanti come la Contea di Cork e la zona nord occidentale di Sligo-Leitrim. Il no ha vinto soprattutto nelle zone rurali ma anche nelle zone working class. Con un trend meno entusiasta del previsto verso il sì da parte delle aree middle class. A Dublino (che rappresenta un terzo dei voti totali) la maggioranza dei collegi ha votato no. Per il governo irlandese ora si apre un periodo di crisi: il premier Cowen infatti è stato eletto soltanto da qualche settimana, come sostituto dell’ex primo ministro Bertie Ahern coinvolto in uno scandalo finanziario assai poco edificante. I partiti di governo erano tutti schierati per il sì al trattato. E il risultato evidentemente pone dei problemi alla coalizione.
La Tigre Celtica non ruggisce più da tempo e in fondo questo no è anche una risposta a un’economia che ha fatto diventare i ricchi molto più ricchi e i poveri molto più poveri. Le mille multinazionali che hanno «invaso» la repubblica irlandese grazie agli sgravi fiscali oggi guardano altrove. Da una parte hanno traslocato fisicamente, verso l’India (soprattutto le aziende informatiche), dall’altra hanno abbandonato la manodopera irlandese (non è un caso che gli ultimi dati sulla disoccupazione vedano una nuova preoccupate crescita dei senza lavoro) a favore di forza lavoro immigrata, specie dai paesi dell’est, new entry nell’Unione.
L’Irlanda è entrata nella Comunità europea nel 1973 e allora era la nazione più povera. Oggi è al quinto posto nel mondo per prodotto interno lordo pro capite. Negli anni ’70 la sua era quella che veniva definita l’economia delle tre B, birra, burro e beef (manzo) che vendeva quasi esclusivamente alla Gran Bretagna (eredità di una indipendenza, per 26 delle 32 contee, concessa e quindi «coloniale»). Negli anni ’80 anche in Irlanda arrivò la recessione che nessun governo sembrava in grado di governare, se non di sconfiggere. E alla fine del decennio, il paese cominciò una politica aggressiva di detassazione: dalla dipendenza dalla Guinness a quella dai componenti per computer (soprattutto americani) e prodotti farmaceutici il passo è stato abbastanza veloce. La Celtic Tiger ha cominciato a ruggire grazie anche a ulteriori concessioni dell’Unione europea. Tra il 1995 e il 2000 l’economia irlandese è cresciuta del 10% e la Ue ha ben presto soppiantato la Gran Bretagna come partner economico. Il 70% delle esportazioni irlandesi andavano nel continente, mentre nella vicina Inghilterra ci arrivava, nel 2005, soltanto il 17%. Gli aiuti europei hanno continuato a arrivare e anche per questo il no al trattato è considerato un colpo basso al resto della Ue.
Un voto conservatore e nazionalista, si comincia già a dire. Anche se non è proprio così. Il fronte del no infatti era costituito dai socialisti, dal Sinn Fein (unico partito rappresentato in parlamento a schierarsi per il no) e dai sindacati (che hanno fatto una campagna capillare nei posti di lavoro). Non certo la destra della Repubblica irlandese. Che invece era schierata con il sì (nelle sue sfumature, dal Fine Gael al Fianna Fail). Ci sono naturalmente gruppuscoli ultra nazionalisti che cavalcano la vittoria, ma sono appunto gruppetti. Molti elettori intervistati hanno detto di non aver capito che cosa esattamente prevedeva il trattato. Già con la Costituzione europea si era rivelato del resto un problema di comprensione e informazione. Certo non è piaciuta agli irlandesi l’idea di perdere il controllo su questioni economiche e politiche che in questa isola ancora appassionano. Il no ha fatto una grande campagna per esempio sui diritti dei lavoratori che con il trattato di Lisbona sarebbero stati seriamente compromessi, così come il potere e il primato dei servizi pubblici. E poi c’era la questione della neutralità alla quale il paese (la repubblica irlandese non ha mai aderito alla Nato) non è disposto a rinunciare, nonostante ogni tanto i governi (di destra) l’abbiano calpestata. Non è un caso che molte donne intervistate (le donne sono quelle che più massicciamente hanno votato contro il trattato secondo i sondaggi) abbiano portato come motivo del loro no la loro contrarietà a mandare i soldati irlandesi (figli, mariti, fratelli) a combattere in una non meglio specificata forza armata europea. Un altro punto di forza nella campagna per il no è stato quello dei soldi dei contribuenti irlandesi spesi per andare a finanziare l’industria bellica e quella nucleare. Altri due temi su cui gli irlandesi da anni si battono.

Europa a passo di gamberoultima modifica: 2008-06-15T13:11:13+00:00da olaudaheq
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