Draghi, l’ultimo ultrà del liberismo

di Emiliano Brancaccio

su Liberazione del 01/06/2008

«I protagonisti della ripresa devono essere coloro che hanno in mano il futuro: i giovani, oggi mortificati da un’istruzione inadeguata, da un mercato del lavoro che li discrimina a favore dei più anziani, da un’organizzazione produttiva che troppo spesso non premia il merito. Il consenso sulle cose da fare è vasto, ma si infrange nell’urto con gli interessi costituiti che negli ultimi anni hanno scritto il nostro impoverimento». Con queste parole il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha terminato ieri le sue Considerazioni finali. Per il governatore l’ostacolo principale allo sviluppo del paese verte dunque essenzialmente sul conflitto tra le generazioni, tra giovani lavoratori precari e vecchi lavoratori garantiti. E’ questa una interpretazione non nuova, che tuttavia non può lasciarci indifferenti. Bisogna riconoscere infatti che quella tra le generazioni è una frattura reale, che del resto è solo una delle molteplici crepe che sono andate formandosi nella composita struttura della classe lavoratrice: si pensi ai conflitti più o meno latenti tra lavoratori del settore pubblico e lavoratori del settore privato, tra para-subordinati e dipendenti, tra settentrionali e meridionali, tra immigrati e nativi, tra donne e uomini. In buona parte, la crisi del movimento dei lavoratori e delle organizzazioni politiche e sindacali che facevano capo ad esso può esser fatta risalire proprio alla tendenza funesta a subire – e talvolta persino ad assecondare – anziché contrastare le voragini contrattuali e normative che hanno progressivamente diviso e isolato i singoli individui sociali, e che hanno drammaticamente compromesso l’antica ambizione dell’unità di classe.
Per avere un’idea degli effetti politici di questa disgregazione basterebbe guardare a un grafico che nelle sue considerazioni Draghi si guarda bene dal citare, ma che invece è riportato in bella mostra nella stessa Relazione annuale dell’Ufficio studi di Bankitalia: si tratta dell’andamento della quota di reddito nazionale complessivamente destinata al lavoro, crollata di quasi dieci punti percentuali nell’arco di un trentennio.
Dietro quella caduta c’è evidentemente una crisi che investe trasversalmente tutte le categorie di lavoratori, e che pone in luce la questione della totale evanescenza del conflitto di classe.
Dati alla mano, la divaricazione tra i profitti e i redditi da lavoro sovrasta sia lo scontro generazionale che tutte le altre “guerre tra lavoratori” sulle quali il governatore e molti altri da tempo preferiscono battere. Ma Draghi su questa evidenza sceglie di glissare. Naturalmente, sarebbe ingenuo attendersi dai vertici di Bankitalia una lettura “di classe” del quadro economico nazionale.
Tuttavia, dovrebbe almeno esser lecito augurarsi una certa prudenza nella esposizione dei fatti. A tale riguardo si rileva ancora una volta uno scarto tra le considerazioni politiche del governatore e la Relazione tecnica elaborata dall’Ufficio studi di Palazzo Koch.
Draghi si lancia infatti in una serie di dichiarazioni sotto molti aspetti ardimentose. Egli afferma che la riduzione del tasso di disoccupazione in Italia rientrerebbe tra «gli effetti positivi delle innovazioni legislative e negoziali introdotte dalla seconda metà degli anni Novanta e di una dinamica salariale moderata», ed aggiunge che «non possiamo accontentarci di questi risultati finché il tasso di occupazione non raggiungerà i livelli europei e finché la flessibilità non riguarderà l’intero mercato del lavoro, piuttosto che essere concentrata su singoli segmenti».
Il verbo del governatore, insomma, è che occorre diffondere la flessibilità in ogni dove, tra i vecchi come tra i giovani, tra i pubblici come tra i privati. Ma da dove il governatore trae simili conclusioni? Da quale analisi scientifica egli deriva il convincimento che la precarizzazione del lavoro e la compressione delle retribuzioni siano in grado di assicurare un abbattimento dei tassi di disoccupazione e un incremento dei tassi di occupazione?
La Relazione al riguardo è muta, e le ricerche passate dell’Ufficio studi hanno sempre lasciato trasparire un notevole scetticismo nei confronti dei presunti benefici della flessibilità.
Pertanto, finché non si avrà qualche elemento in più per valutare la pesante presa di posizione del governatore, non potremo che attenerci alle attuali evidenze della letteratura scientifica: e cioè che non sussiste alcun legame significativo tra maggiore precarietà e minore disoccupazione, e che invece i miglioramenti registrati in Italia negli ultimi anni possono essere fatti risalire alla mera regolarizzazione degli immigrati e allo scoraggiamento di molte donne, specie al Sud, che a causa della crisi di quell’area – come riconosce la stessa Relazione – rinunciano del tutto a cercare un lavoro e quindi non vengono più nemmeno conteggiate tra i disoccupati.
Riguardo invece agli effetti della precarietà sui salari, Draghi ammette un’evidenza largamente documentata in ambito scientifico. Egli infatti riconosce che «i consumi continuano a risentire dell’instabilità dei rapporti di impiego, diffusa specialmente tra i giovani e nelle fasce marginali del mercato del lavoro». Insomma, i precari guadagnano paghe da fame, e quindi non spendono. Questa dichiarazione non deve tuttavia far pensare a una retromarcia politica del governatore.
Draghi infatti aggiunge subito che per sostenere i consumi dei precari basterebbe ampliare la rete di ammortizzatori sociali di pari passo con la diffusione dei contratti flessibili. In sostanza, si tratta dell’ormai onnipresente paradigma della flexicurity: un po’ di reddito in cambio di contratti temporanei e di licenziamenti sempre più facili. Una soluzione à la page che trova questo punto alleati i nipotini di Toni Negri persino con il banchiere centrale, in una intesa effettivamente alquanto sospetta.
Il governatore non appare molto convincente nemmeno riguardo all’implicito via libera nei confronti della recente detassazione degli straordinari e dei premi aziendali, che viene interpretata come uno strumento in grado di accrescere la produttività del lavoro. Laddove invece, ancora una volta, nella Relazione dell’Ufficio studi si legge che l’effetto sulla produttività di questi provvedimenti resta dubbio, dal momento che “i premi aziendali mostrano spesso una scarsa differenziazione all’interno dell’impresa e sembrano poco correlati ai risultati”. In effetti, è proprio intorno al dramma della bassa produttività del lavoro in Italia che Draghi sembra malcelare una vera e propria impasse. Egli cita ampiamente il problema, ma non sembra in effetti disporre di soluzioni credibili.
L’insistenza sulla necessità di investire in istruzione e formazione suscita in verità molti dubbi, se si considera che dalla stessa Relazione emerge chiaro che la bassa produttività si deve principalmente alla grave frammentazione del capitalismo italiano, costituito essenzialmente da piccole e piccolissime imprese, incapaci di investire, di potenziarsi, di proiettarsi all’estero. Su questo nodo cruciale Draghi sembra assumere un atteggiamento passivo, oseremmo dire più da vecchio esponente di Goldman Sachs che da capo di Via Nazionale: egli infatti anche quest’anno si limita a valutare positivamente il dato della elevata mortalità delle imprese italiane, interpretandolo come un primo accenno di centralizzazione e di riorganizzazione spontanea dei capitali.
Il governatore tuttavia dovrebbe sapere che se il paese verrà lasciato in balia dei processi spontanei di centralizzazione, se mancherà una ferrea guida pubblica di quei processi, i rischi potrebbero essere elevatissimi, specie nel caso di una prolungata crisi internazionale.
E’ lo stesso Draghi del resto a sottolineare la potenza creativa e distruttrice dell’attuale finanza mondiale. Egli arriva a denunciare la creazione di un vero e proprio «sistema bancario ombra», che sfugge alle regolamentazioni, ai controlli, agli stessi registri contabili.
Quel sistema ha mostrato il suo volto oscuro con la recente crisi dei mutui subprime, ma a detta dello stesso governatore potrebbe in futuro scatenare un effetto a catena di proporzioni ben più grandi. L’Italia ultraliberista invocata da Draghi potrebbe reggere l’impatto? Gli stessi dati di Bankitalia offrono molti motivi per dubitare.

Draghi, l’ultimo ultrà del liberismoultima modifica: 2008-06-02T18:56:09+00:00da olaudaheq
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