Il dibattito su “A”

di Simone Borselli

 

Ecologia sociale, eco-femminismo, municipalismo libertario, anarchismo sociale.
La nostra rivista ha ospitato numerosi interventi di, su e contro il pensiero di Murray Bookchin.

 

Nell’anno accademico 2001-2002, presso la Facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze, un giovane studente fiorentino (non anarchico, tra parentesi) si è laureato in Storia dei movimenti e dei partiti politici con una tesi dal titolo Il gruppo milanese di “A”- Rivista Anarchica e l’ecologia sociale: un nuovo orizzonte per l’anarchismo? Relatore il prof. Sandro Rogari.
Simone venne a Milano per incontrarci e ne nacque una lunga intervista, che prendeva le mosse dalla nascita di “A” nel 1971 e naturalmente si soffermava con particolare attenzione sui rapporti personali e ideologici tra la nostra redazione e Murray Bookchin. Quest’intervista fu allegata come appendice alle oltre duecento pagine della tesi di laurea vera e propria, dalla quale estrapoliamo qui il capitoletto intitolato a Bookchin.
Per esigenze di spazio abbiamo omesso le numerose e lunghissime note, che peraltro gli interessati possono trovare nella versione online dell’intera tesi, che sarà presto leggibile integralmente sul nostro sito.

L’attenzione della rivista nei confronti del pensiero di Murray Bookchin nasce nella seconda metà degli anni ’70. Tale interesse nasce in seguito all’acquisto fatto a Londra, da parte di Paolo Finzi, di un libro di Bookchin dal titolo Post scarcity anarchism, all’epoca ancora poco conosciuto in Italia. Nel numero 31 di “A” viene pubblicato un condensato del saggio Tecnologia e rivoluzione libertaria presente nel libro Post scarcity anarchism, nel quale Bookchin sostiene la tesi della possibile realizzazione di una società fondata su rapporti diretti e non gerarchici tra gli uomini, grazie all’utilizzo delle possibilità offerte dalla moderna tecnologia. Secondo Bookchin la tecnologia ha ormai raggiunto un livello tale di perfezione qualitativa, che può liberare l’uomo dalla “schiavitù” del lavoro manuale, ma sicuramente una società divisa in classi non è in grado di sfruttare le proprie potenzialità tecnologiche per fini diversi dallo sfruttamento, e dall’oppressione. Risulta per Bookchin quindi evidente che l’utilizzo della tecnologia non deve basarsi sulla divisione nazionale del lavoro esistente, ma su un sistema di produzione su scala ridotta, strutturato su scala umana, e su una nuova organizzazione industriale, che ponga le decisioni economiche nelle mani della comunità locale.

Questo tipo di organizzazione industriale pone tutte le decisioni economiche nelle mani della comunità locale. Nella misura in cui la produzione materiale viene decentrata e resa locale, si assicura il primato della comunità sulle istituzioni nazionali – ponendo che qualcuna di queste istituzioni raggiunga dimensioni significative. In queste circostanze l’assemblea popolare della comunità locale, riunita in una democrazia basata su rapporti diretti, si assume la piena direzione della vita sociale.[…] Non pretendo che tutte le attività economiche umane possano essere completamente decentrate, ma la maggioranza di esse può certamente essere ridotta a dimensioni umane e comunitarie. Questo è certo: possiamo trasferire il centro del potere economico da un livello nazionale a un livello locale, e da forme burocratiche accentrate alle assemblee popolari locali. Questo trasferimento costituirebbe un mutamento rivoluzionario di vaste proporzioni, poiché creerebbe le potenti basi economiche della sovranità e dell’autonomia della comunità locale.

Ma è soprattutto negli anni ’80 che si sviluppa l’interesse di “A” nei confronti di questo pensatore anarchico, un interesse che si sviluppa su differenti piani. In primo luogo la rivista svolge un ruolo importante nel descrivere la visione di Bookchin di “ecologia sociale”, attraverso la pubblicazione di numerosi articoli, molti di questi scritti da Bookchin medesimo. Da questi articoli emerge il fatto che per Bookchin qualsiasi visione ecologica, deve porsi come obbiettivo una trasformazione radicale della società, dei rapporti sociali, e deve eliminare le cause del dominio dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna, che per lui sono alla base del dominio dell’uomo sulla natura.

Ho sempre pensato che ecologia fosse sinonimo di ecologia sociale e perciò ho sempre nutrito la convinzione che la stessa idea di dominare la natura derivi dalla dominazione dell’uomo sull’uomo, o dell’uomo sulla donna, del vecchio sul giovane, di un gruppo etnico sull’altro, dello stato sulla società, della burocrazia sull’individuo, così come di una classe economica sull’altra e dei colonizzatori sui colonizzati. […] se non interverremmo modificando anche i rapporti molecolari all’interno della società – e cioè quelli tra uomo e donna, tra adulti e bambini, tra gruppi razziali diversi, tra etero e omosessuali (l’elenco potrebbe continuare a lungo) – il problema della dominazione resterà immutato anche in una forma sociale “senza classi” e “senza sfruttamento”. […] Finché durerà la gerarchia e finché la dominazione organizzerà l’umanità in un sistema elitario, l’obbiettivo del dominio sulla natura non verrà mai abbandonato e condurrà inevitabilmente il pianeta all’estinzione ecologica.

La natura, per Bookchin, non è un oggetto da dominare, non è “crudele” ma in essa sono riscontrabili rapporti mutualistici tra le varie specie animali. Solo l’uomo ha creato istituzioni volte a perpetuare il dominio, l’oppressione, nei rapporti sociali.

A rigore la società sarebbe da intendersi come un fenomeno umano non naturale. La vita sociale umana è costituita da una pletora di istituzioni chiaramente definibili che non hanno un parallelo in natura – monarchie, repubbliche, democrazie, organi legislativi, tribunali, forze poliziesche e militari, e così via – che differiscono dalle comunità naturali non soltanto per la loro apparente complessità, ma anche per la loro accurata intenzionalità. Queste istituzioni sono il prodotto della volontà e delle intenzionalità umane, e sono anche il prodotto di obbiettivi ben precisi, i cui risultati si aggiungono a ruoli legati al sesso. Se l’abilità fisica o anche l’acume mentale determinassero qualche tipo di stratificazione autoritaria nel mondo animale[…], non potremmo trovare ugualmente un termine più adatto di “gerarchia” per spiegare il sistema di stratificazione del genere umano. Solo la società umana avrebbe potuto mettere un pazzo come Caligola a capo dell’impero romano, un folle dissennato come Luigi XIV sul trono di Francia, una spudorata cospiratrice come Maria alla corte di Scozia e uno sterminatore di massa come Stalin a capo della Russia sovietica. Questi potentissimi personaggi non assunsero posizioni di dominio e di comando in virtù di particolari qualità (fisiche e intellettuali); furono creature delle istituzioni, strutture ideate e realizzate dall’uomo, che possiamo definire politiche, economiche o sociali, ma certamente non organiche. La loro conquista del potere, spesso di un potere oppressivo, non è da imputarsi a capacità spiccate, bensì all’azione di meccanismi e istituzioni assolutamente artificiali, elemento tipico dei rapporti sociali umani.
Milano, 25-26 aprile 1981. Seminario su L’ecologia
della libertà promosso dal Centro studi Libertari nella sala
dell’ICEI. Al centro Murray Bookchin, alla sua destra Sandra
Cono, alla sua sinistra Arturo Schwarz

Immoralità
del mercato

L’ecologia sociale si pone come obbiettivo, una radicale trasformazione della società, che ponga le basi di un nuovo rapporto armonico con la natura. Bookchin quindi critica la visione ambientalista diffusa in molti movimenti ecologisti, che si interessano soltanto di adottare interventi di facciata per affrontare i problemi ecologici, senza porsi il fine di una radicale trasformazione sociale, unica soluzione per scongiurare il rischio di ecocatastrofe. La società ecologica deve invece erigersi su comunità decentrate a misura d’uomo, sul superamento di ogni forma di dominio e di rapporto gerarchico, sull’utilizzo di una tecnologia ecologica, e su una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica, grazie alla pratica della democrazia diretta. Bookchin quindi, attraverso un recupero della visione della politica degli antichi ateniesi, per i quali la parola politica voleva dire gestione della polis, della città, da parte di assemblee di cittadini e non tramite le burocrazie e la rappresentanza, arriva a teorizzare la necessità di una democrazia che si basi sul governo diretto della società, tramite assemblee di cittadini. Tale governo è ritenuto l’unico che può istaurare un rapporto di equilibrio con il mondo naturale. In merito Bookchin nell’articolo Cara ecologia afferma:

I gruppi di affinità, la democrazia diretta e l’azione diretta potranno difficilmente essere allettanti o se per questo neppure comprensibili – ai milioni di individui che passano la vita in solitudine nei bar e nelle discoteche. Quel che è tragico è che questi milioni di individui hanno delegato il loro potere sociale, anzi hanno ceduto la loro personalità, a politicanti e burocrati che vivono in una dimensione di obbedienza e di comando nella quale, gli individui, sono normalmente tenuti a giocare un ruolo subordinato. Eppure è proprio questa la causa più immediata della crisi ecologica che affligge il nostro tempo – una causa che ha la sua origine storica nella società mercantile che ci sommerge. Chiedere a coloro che sono privi di potere di riconquistare il controllo sulla loro esistenza è ancora più importante che installare un collettore solare, complicato, costoso e spesso incomprensibile, sul tetto della casa in cui abitano. Finché costoro non riacquisteranno un senso di potere sulla vita, finché non creeranno un sistema autonomo di gestione in contrapposizione a quello gerarchico attuale, finché non troveranno nuovi valori ecologici con i quali sostituire i valori sociali del sistema dominante – un processo, questo, che i collettori solari, i mulini a vento e l’orticoltura possono facilitare, ma non rimpiazzare – nessuna trasformazione sociale potrà istaurare un nuovo equilibrio con il mondo naturale.

Risulta quindi necessaria per Bookchin, la formazione di una nuova politica che si basi su una sfera pubblica di base estremamente partecipativa, a livello di paese, di villaggio, di quartiere, e che si concretizzi con la formazione di una confederazione di municipalità, che si ponga in opposizione alla crescente centralizzazione del potere.

“A”, in questi anni, svolge un ruolo importante nel sottolineare le affinità riscontrabili tra il pensiero di Bookchin, quello di Kropotkin, e quello di Reclus. Infatti, risulta chiaro, sulle pagine della rivista, che anche per Reclus la natura non è “cattiva” ed è necessario un nuovo rapporto con essa, che non si basi sul dominio, ma che sia rispettoso delle leggi dei fenomeni naturali.
La rivista ha inoltre dato spazio, sulle sue pagine, alle critiche sollevate da Bookchin nei confronti della visione di “ecologia profonda”, e alla sua constatazione che il problema della scarsità delle risorse naturali, un problema che è stato al centro dell’interesse dell’opinione pubblica a partire dagli anni ’70, è sostanzialmente un falso problema. Infatti Bookchin, intervistato da Paolo Finzi afferma:

Negli USA quasi tutte le stime sulle riserve di petrolio sono fornite dalle grandi aziende e spesso mentono di proposito per sostenere la domanda di prezzi più elevati. Nella mia critica al lavoro di Gorz “Ecologia e politica”, io passo in rassegna un certo numero di dati e di dichiarazioni di esperti abbastanza imparziali, per dimostrare che probabilmente noi abbiamo più risorse di quelle che pensiamo: in alcuni casi potranno durare per delle generazioni, e potranno soddisfare i bisogni del mondo intero ai livelli di consumo attuale. La crisi viene prodotta oggi: la vera scarsità è il risultato non di difficoltà naturali ma dei cambiamenti strutturali del capitalismo delle grandi corporazioni. Le grandi aziende multinazionali oggi hanno un controllo sulle strutture di mercato e sui prezzi molto maggiore di quello avuto in altri periodi del capitalismo. Possono alzare i prezzi quando vogliono e lo fanno con vergognosa impunità. Controllano i mercati e i sistemi di distribuzione di tutto il mondo.[…] Il mito della “scarsità” fornisce una perfetta scusa ideologica per questo processo di estorsione e di saccheggio del povero.

Il vero problema è, quindi, il sempre più forte controllo esercitato dalle multinazionali sull’economia di mercato; un’economia di mercato che Bookchin definisce “immorale”. In merito, nell’articolo Agricoltura, mercato, morale, Bookchin sottolinea l’immoralità di un’economia di mercato, che ha privato quasi completamente della sua dimensione morale il processo di scambio, grazie alla sua spersonalizzazione.

L’economia di mercato ha un grandioso segreto, dal quale le viene il potere di plasmare nella sua totalità la vita sociale – il potere dell’anonimato. I venditori non conoscono gli acquirenti, e gli acquirenti non conoscono i venditori. Ciò che i venditori immettono sul mercato – lasciando perdere il mito fine a se stesso dell’“arte di vendere” – sono i beni di consumo, e non loro stessi. L’acquirente che compra un vestito alla fine ha a che fare con un oggetto, un vestito – e non con il suo produttore, una persona.[…].[…] l’economia di mercato è strutturata intorno all’acquirente e all’oggetto, o intorno al produttore e al negozio al dettaglio, non intorno al rapporto tra due persone.

“A” ha anche dato spazio alle riflessioni di Bookchin sulla situazione del movimento libertario negli Stati Uniti negli anni ’80. Infatti in un’intervista fatta da Paolo Finzi, Bookchin sottolinea lo stato di crisi in cui si trova il movimento libertario americano, e la non esistenza di un movimento anarchico organizzato negli Stati Uniti. Per porre le basi di una ripresa del “movimento”, Bookchin ritiene necessario prendere il meglio della tradizione anarchica europea, per porla al servizio del pragmatismo anglosassone, ritenuto fondamentale per far sì che il “movimento” possa incidere, in profondità, sulla realtà sociale. Queste posizioni sono da Bookchin riprese in un’altra intervista, pubblicata sulla rivista nel febbraio ’86, nella quale, attraverso un’analisi degli effetti negativi derivanti dalla rivoluzione informatica di quegli anni, di nuovo viene ribadita la necessità di una sintesi tra il pragmatismo americano e l’intellettualismo europeo, per una ripresa del movimento libertario negli Stati Uniti.

Penso che sia molto importante riuscire ad amalgamare il pragmatismo americano e l’intellettualismo europeo in una sintesi che permetta di reagire con più capacità alle crisi di trasformazione che stiamo sviluppando in tutto il mondo. Tuttavia ribadisco che non è possibile costruire un anarchismo americano che non abbia le sue radici nella nostra esperienza storica e nella nostra cultura.

Tale movimento libertario, secondo Bookchin, evidenzia, a volte, una maggiore affinità con la “destra” politica americana, e manifesta i primi segnali di ripresa con la comparsa di nuovi movimenti sociali (un nuovo movimento delle donne, comunitario, ecologico, anti-nucleare) che presentano una forte affinità con il pensiero libertario, e che svilupperanno un contropotere volto a tessere una rete federativa capace di resistere al potere centrale, e profondamente inserito nel contesto sociale.

Una nuova realtà sociale si sta formando. Una realtà che riporta in primo piano una tematica fondamentale dell’anarchismo: la tensione comunitaria, ovvero la ricerca di un ambito (la comunità, il quartiere, il villaggio, la città) dove non solo si lavori insieme ma si viva insieme, dove possa nascere un nuovo concetto di cittadinanza e dove il cittadino ritrovi la forza per resistere al potere centrale e al potere dei media.[…] In particolare il movimento delle donne esprime una concezione libertaria molto avanzata, grazie alla critica serrata fatta alla cultura patriarcale. Il movimento delle donne (che non è stato distrutto né fagocitato dalla cultura maschile) è stato considerevolmente influenzato dall’anarchismo e molte donne si rifanno ancor oggi all’esperienza di Emma Goldman. Esistono gruppi molto attivi, come il Pentagon Action Group o il Women for Earth, che sono fortemente libertari e al cui interno militano donne come Ynestra King o Grace Paley.

In seguito alla pubblicazione di questa intervista, “A” ha focalizzato la sua attenzione nei confronti dell’“ecofemminismo”, pubblicando un articolo di Ynestra King nel quale vengono enunciati i caratteri salienti di questa visione ecologista e femminista. Ynestra King sottolinea le affinità tra la visione ecofemminista e l’ecologia sociale, e evidenzia il fatto che entrambe ritengono la natura di per sé non gerarchica; la gerarchia è invece un prodotto delle istituzioni occidentali e dell’atteggiamento di dominio che l’uomo ha sempre avuto nei confronti di essa. Le “ecofemministe” si pongono come obbiettivo la fine del dominio sulla natura, ma ritengono prioritario la fine del dominio sulle donne, visto che la visione patriarcale dominante le pone più vicine alla natura, e cerca di mantenere il dominio economico, psicologico, su di esse. Per le “ecofemministe” la dominazione sulla donna, da parte dell’uomo, è stata all’origine di ogni dominazione nella società umana, perciò all’origine di ogni gerarchia di grado, di classe, di potere politico; e l’ecologia sociale, senza un’analisi femminista della dominazione, rimarrà incompleta.

Senza un’analisi femminista approfondita della dominazione sociale, che sveli le interconnessioni alle radici tra misoginia e odio della natura, l’ecologia rimarrà sempre un’astrazione, rimarrà incompleta. Gli scienziati ecologi e gli ecologi sociali maschi, che non affrontano il problema della misoginia, cioè della più profonda manifestazione di odio per la natura nella loro stessa vita, dimostrano di non condurre l’esistenza ecologica che vorrebbero e non realizzano la società ecologica alla quale aspirano. Gli obbiettivi dell’armonizzazione dell’umanità e della natura non umana, a livello sia sperimentale che teorico, non possono essere raggiunti, fuori dalla visione radicale e dalle possibilità di comprensione offerte dal femminismo.

Le ecofemministe ritengono quindi necessario la formazione di un nuovo sistema sociale, che rispetti la diversità presente in natura, che respinga la concezione “omologante” capitalista, e che sia caratterizzato da comunità armoniose e decentralizzate, che promuovano la partecipazione attiva di tutti gli individui, e che usino solo tecnologie fondate su principi ecologici.
La visione ecofemminista viene però criticata sulle pagine della rivista. In primo luogo viene considerata infondata l’“equazione”: dominio sulla donna = dominio sulla natura = altre forme di dominio, che è alla base di tale visione.

L’idea base di questa nuova teoria è che la volontà di dominio dell’uomo sulla natura, il suo odio e la paura verso la natura, sono intimamente connessi alla volontà di dominio sulla donna che, nel suo immaginario, alla natura e ai suoi cicli biologici appartiene. Anzi proprio sulla donna si sarebbe espressa la prima forma di dominazione che avrebbe successivamente originato tutte le altre forme. È ovvio che partendo da un simile presupposto l’autrice arrivi poi a sostenere che spetta soprattutto alle donne il compito di ribaltare questa situazione (anche se non è affatto chiaro “come”), di combattere la misoginia maschile, di ricreare un rapporto armonioso con la natura, di battersi contro il militarismo qui considerato (in modo assolutamente riduttivo) solo come espressione di quella misoginia. Non possiamo essere d’accordo. Che la cultura e l’immaginario dominanti (di segno maschile) abbiano assegnato alla donna la sfera della natura, dell’indefinibile, dell’inconoscibile è una tesi che anche il collettivo “Le scimmie” ha avanzato (L’immaginario scomparso, “A” 107, Febbraio ’83). Ma questa divisione, questo immaginario hanno radici lontanissime e possiamo trovarne traccia anche in società acefale (la società contro lo stato) in cui peraltro il rapporto uomo/ambiente/natura/risorse è improntato ad un armonia/compenetrazione inimmaginabile per la nostra società e in cui la collettività non opera giudizi differenziati di valore per le donne e per gli uomini. E allora? Allora l’equazione meccanicistica dominio sulla donna = dominio sulla natura = altre forme di dominio non regge proprio.

Inoltre “A” evidenzia in maniera chiara il fatto che “il dominio”, prima di essere una struttura esterna, sociale, è in primo luogo dentro di noi facendo parte di una cultura che sia le donne, che gli uomini hanno introiettato. Questa visione culturale deve essere “abbattuta” ma tale compito non deve essere attribuito soltanto alle donne, per non trovarsi di fronte allo stesso problema rovesciato, ovvero ad un’altra visione di “dominio”.

Visione ecologica
bioregionalista

Infine “A”, con la nascita dei partiti Verdi in Germania e in altri paesi europei, avvenuta negli anni ’80, ha dato spazio all’analisi di Bookchin di questo nuovo fenomeno politico. In merito, importante è stata la pubblicazione dell’intervento in “videocassetta” di Bookchin al “Convegno internazionale dei Verdi”, tenutosi a Pescara dal 19 al 21 settembre 1986. Un intervento nel quale, dopo aver di nuovo sottolineato la necessità di una trasformazione sociale per affrontare e risolvere i problemi ecologici, emergono le sue speranze riposte nei confronti del movimento verde, pur sottolineando i potenziali rischi d’istituzionalizzazione del movimento.

Se volessimo soltanto conquistare il potere e cambiare la società, falliremmo, ve lo garantisco. Non solo: molto probabilmente alcuni di noi, per quanto bene intenzionati e in buona fede, finirebbero per essere condizionati emotivamente e psicologicamente dal potere. È accaduto ad alcuni dei miei migliori amici tra i Verdi tedeschi, ben intenzionati e in buona fede, che si sono ritrovati in parlamento a cercare di formare coalizioni, a patteggiare e a cercare di usare il potere dall’alto.[…] Sarebbe ora che noi – I Verdi – proponessimo una visione libertaria, una visione anarchica che porti la gente verso un movimento Verde il quale possa essere realmente un movimento Verde nel senso più profondo del termine. Un movimento nel quale non ci si limiti a portare avanti un progetto verde coerente, che unifichi tutti i problemi in un programma e in un’analisi comuni, ma un movimento nel quale la gente sia in definitiva la principale protagonista.

Agli inizi degli anni ’90 “A” manifesta una maggiore attenzione nei confronti della visione ecologica bioregionalista, rispetto all’ecologia sociale di Bookchin. Un’attenzione che nasce, nell’89, con la partecipazione di Andrea Papi, al secondo campo sul bioregionalismo organizzato dalla rivista “AAM Terra Nuova” a San Gimignano dal 4 al 10 settembre ’89. Durante il campo Andrea Papi ha coordinato una sessione sul potere, e nell’articolo Per un equilibrio antigerarchico, viene riportata la relazione presentata da Andrea Papi durante il “campo”. In tale relazione Andrea Papi, dopo aver analizzato la distinzione tra il termine potere e dominio, che lo porta a riconoscere la possibilità di una gestione della “società” basata sull’uguaglianza, e quindi su una stratificazione orizzontale tra gli individui, e non verticale, arriva a fornire una definizione di bioregione:

Regione indica l’identificazione di una parte del territorio, della superficie terrestre che si distingue per caratteri propri. Bios vuol dire letteralmente vita; riguarda e concerne lo sviluppo delle forme viventi, comprese quelle visibili ad occhio umano. Se ne ricava che la bioregione è una parte specifica di territorio, individuata secondo criteri di analisi che si riconducono a tutto ciò che concerne lo svolgimento della vita sulla terra, in tutte le sue manifestazioni. Già questo approccio linguistico crea un abisso rispetto al mondo in auge. [Infatti] i confini stabiliti e l’uso che si fa del territorio rispondono sostanzialmente ai bisogni politici e amministrativi del potere centrale, che non a caso il più delle volte si trova letteralmente in contrasto con la struttura biologica e l’evoluzione naturale.

Papi sottolinea quindi la necessità di una differente visione del territorio, una visione bioregionalista, che vorrebbe gli insediamenti umani perfettamente integrati nel territorio, rispettosi degli equilibri naturali presenti, e che si opponga ad una visione di dominio sulla natura, attraverso la valorizzazione della necessità di una vita in armonia con essa. Il bioregionalismo vuole quindi inserire la “socialità umana” nell’ecosistema. Ma Papi constata la necessità che il bioregionalismo si fornisca anche di un progetto politico, volto a non permettere di riprodurre la logica del dominio ora imperante, all’interno della nuova società costituita in armonia con la natura.

Se dunque il bioregionalismo ha un senso teorico e ideale di ricollocazione secondo i principi ecosistemici, non può e non deve prescindere da una soluzione del problema politico in chiave antigerarchica, libertaria ed egualitaria. Se non lo facesse, pur ponendosi in maniera ambientalista nel rispetto dell’ambiente che ci circonda, al livello della società umana riprodurrebbe la logica del dominio e la divisione della società in strati e ruoli gerarchici lasciando intatto il germe della tensione a dominare, elemento disarmonico, carico di una spinta continua ad aumentare la propria assolutistica influenza a possedere e sottomettere.

“A” si interessa nel ’91 alla visione bioregionalista di Kirkpatrick Sale, fondatore del North American Bioregional Congress, pubblicando alcuni frammenti del suo libro Le regioni della natura. Secondo Sale l’unica dimensione dove è possibile sviluppare una coscienza ecologica è quella regionale, poiché in essa l’uomo si può rendere conto personalmente dei “problemi” ecologici. Sale inoltre, con il constatare che l’evoluzione della specie ha sempre premiato le comunità che avevano sviluppato forme di cooperazione, riconosce la centralità della comunità nell’organizzazione delle bioregioni. Le istituzioni bioregionali devono quindi garantire un decentramento del potere, e la sede del meccanismo decisionale deve essere la comunità (un villaggio di massimo mille abitanti, o una comunità più ampia di massimo cinquemila abitanti) la quale deve essere proprietaria di tutti i terreni e fabbriche, e nella quale le decisioni politiche devono essere prese dall’assemblea dei cittadini.

Le decisioni prese a questo livello, come innumerevoli secoli dimostrano, hanno una maggiore possibilità di essere corrette e una ragionevole probabilità di essere portate a termine; e anche nel caso in cui le scelte fossero errate o la loro attuazione insufficiente, il danno per la società e per l’ecosfera sarebbe irrilevante. […] Le riunioni tribali, gli incontri popolari, le assemblee di villaggio e quelle cittadine, costituiscono le istituzioni umane che si sono dimostrate nel corso del tempo gli strumenti più adatti ad un sistema di autogoverno.

La visione bioregionalista di Sale viene aspramente criticata da Murray Bookchin sulle pagine della rivista. Infatti in una sua lettera pubblicata nell’ottobre ’91, Bookchin, dopo aver constatato che con la caduta del sistema sovietico, e con il conseguente indebolimento del PCI, si è venuto a creare in Italia un vuoto nella vita politica italiana, nel quale le idee municipaliste libertarie potrebbero essere portate al centro dell’attenzione, accusa Sale di aver “rubato” moltissime idee dell’ecologia sociale ma di mancare di un progetto politico.

Nel libro di Sale si parla in continuazione dei mali della gerarchia, dell’etica della complementarietà della comunità come luogo in cui vengono prese le decisioni, della cittadinanza, di una “legge della diversità” – in breve di una schiera di idee rubate dall’ecologia sociale – ma non vi si trova una vera politica. […] Sale e i “bioregionalisti” americani hanno largamente subordinato gli esseri umani, la cultura, la lingua, le condizioni sociali e la società stessa ad un rozzo naturismo che, nei fatti, distoglie l’attenzione del lettore dalla necessità di un’azione politica.

Municipalismo
libertario

A partire dai mesi successivi alla pubblicazione di questa lettera, l’interesse di “A” nei confronti della visione bioregionalista è venuta meno, mentre la rivista ha prestato una maggiore attenzione nei confronti della proposta di “municipalismo libertario” formulata da Bookchin. La “proposta” viene ampiamente spiegata sulle pagine della rivista attraverso una serie di articoli scritti dallo stesso Bookchin. In questi articoli Bookchin constata il fatto che i partiti politici cercano soltanto un’estensione dei loro poteri all’interno degli organi parlamentari, e che quindi diventa necessario il recupero del significato che il termine “politica” aveva nell’antica Grecia, ovvero gestione della città mediante assemblee di cittadini, per creare una società comunitaria orientata alla soddisfazione dei bisogni umani, e rispettosa nei confronti dell’ambiente.

Prima della formazione dello stato nazionale, la “politica” aveva un senso differente da quello odierno. Significava la gestione degli affari pubblici da parte della popolazione a livello comunitario, affari pubblici che solo dopo diventarono dominio esclusivo di politici e burocrati. Essa gestiva la cosa pubblica in assemblee cittadine dirette “faccia a faccia” ed eleggeva i consigli che eseguivano le decisioni formulate in queste assemblee, che badavano a controllare da vicino le funzioni operative di tali consigli, revocando quei delegati il cui agire era oggetto di pubblica disapprovazione.[…] Oggi la “politica” è una cruda tecnica strumentale per mobilitare elettori al fine di ottenere obiettivi preselezionati […]. I politici trattano la gente da elettorato passivo il cui compito politico è quello di votare ritualmente per i candidati che provengono dai cosiddetti partiti, non per delegati il cui unico mandato è di gestire le politiche formulate e deliberate dai cittadini. I professionisti della gestione statuale vogliono obbedienza, non impegno, distorcendone persino il significato fino a ridurlo ad un atteggiamento da spettatore nel quale il singolo è smarrito nella massa e le masse stesse sono frammentate da atomi isolati, frustrati e impotenti.

La politica nella visione municipalista libertaria è partecipazione diretta dei cittadini, è democrazia diretta, si oppone alla visione centralista dello Stato proponendo la restituzione del potere alle municipalità, e si pone come obbiettivo l’avvento di una società ecologica, realizzabile attraverso la formazione di una confederazione di municipalità.

Inoltre, per Bookchin, il municipalismo libertario tende alla “municipalizzazione” dell’economia, attraverso l’acquisizione dei mezzi di sussistenza da parte della comunità, il controllo dell’economia da parte dell’assemblea dei cittadini, e pone una differenziazione tra la politica e l’amministrazione. Infatti la politica viene portata avanti dalle realtà municipali mentre l’amministrazione dagli organi confederali.

La politica viene portata avanti da una comunità o da un’assemblea di vicini composta da liberi cittadini. L’amministrazione viene gestita da consigli confederali composti da rappresentanti revocabili di quartiere, città e piccoli centri. Se determinate comunità o gruppi di vicini – o dei loro raggruppamenti di minoranza – scelgono di percorrere la loro strada fino al punto di violare diritti umani o di permettere gravi danni ecologici, la maggioranza di una confederazione locale o regionale ha tutti i diritti di impedire questi misfatti mediante il consiglio confederale. Non si tratta di una negazione della democrazia, ma dell’affermazione di un accordo condiviso da tutti per il rispetto dei diritti civili e il mantenimento dell’integrazione ecologica di una regione. Questi diritti e queste istanze non vengono difesi tanto da un consiglio confederale, quanto dalla maggioranza delle assemblee popolari concepite come un’ampia comunità che esprime le proprie intenzioni mediante i propri delegati confederali […]. La confederazione è in realtà una comunità di comunità basata su diritti umani e su imperativi ecologici ben distinti.

Per un’attuazione pratica di questo progetto Bookchin ritiene fondamentale la formazione di movimenti municipalisti, che propongano assemblee di quartiere e di città, e l’elezione nelle piccole e grandi città di alcuni consiglieri, che promuovano le decisioni prese dalle assemblee. Questo per Bookchin è il primo passo per poter successivamente costituire organi confederali, e delle banche civiche per fondare imprese municipali e finanziare l’acquisto dei terreni da parte dei municipi.
La proposta “municipalista libertaria” suscita reazioni contrastanti nel “mondo anarchico”, soprattutto per quanto concerne la partecipazione alle elezioni a livello locale, e anche sulle pagine della rivista sono riscontrabili posizioni differenti su questa proposta.
Nell’articolo La ricostruzione del rapporto sociale, Pietro M. Toesca, docente di filosofia all’Università del Territorio, dopo aver constatato che la caratteristica della democrazia attuale è l’“illusione”di poter superare dopo tanti secoli la divisione sociale tra governanti e governati, e che lo Stato si è interposto tra i cittadini e la comunità, approfondendo il divario tra la sfera privata e pubblica, riconosce al municipalismo libertario un ruolo aggregante fondamentale per permettere un recupero della “sfera politica” da parte dei cittadini. Anche Dario Padovan, nell’articolo Città e municipalismo libertario, sottolinea l’importanza di un’applicazione pratica della proposta di Bookchin per una radicale trasformazione dei rapporti sociali, ma constata il carattere “ideale” di tale proposta. Nel numero 207 della rivista viene pubblicata una lettera di Janet Biehl in risposta all’articolo di Padovan, dove si sottolinea il carattere “pragmatico” e non ideale della proposta di Bookchin, e si affermano le tappe necessarie per la realizzazione di tale proposta.

Nel caso che i lettori di “A” rivista anarchica, si siano fatti un’idea sbagliata, desidero sottolineare che il municipalismo libertario di Bookchin promuove un ideale sociale fondato su possibilità e una storia assolutamente reali, il contrario di un attraente “ideale” senza alcun concreto significato in termini di effettivo cambiamento della società attuale […], e tanto meno Bookchin guarda al municipalismo libertario come a un esercizio teoretico, utile solo nelle discussioni nelle accademie.[…] I gruppi municipalisti libertari dovrebbero proporre nuove istituzioni democratiche di base, anche se inizialmente il potere di questi gruppi sarà soltanto morale e non certo strutturale; in seguito, partendo da questa base istituzionale che si auspica in crescita, essi dovranno riuscire a provocare scismi di vasta portata che li condurranno a un’aperta opposizione al potere dello stato. Ciò che è importante puntualizzare è che le municipalità libertarie non potranno esistere isolate. Dovrebbero emergere numerose, consentire la creazione di un’articolata rete di attivisti […]. Nel momento in cui queste municipalità cominciassero a istituire forme dirette di democrazia, essi dovrebbero proseguire nella loro opera fondando confederazioni regionali e a raggio ancora più ampio.

Ma sulle pagine della rivista sono stati pubblicati anche articoli che sollevano alcune critiche nei confronti della proposta di Bookchin. Francesco Berti, membro del centro di documentazione anarchica di Padova, nell’articolo Anarchismo e municipalismo un matrimonio difficile, dopo aver constatato il notevole interesse suscitato dalla proposta di Bookchin in ambito anarchico, evidenzia i suoi limiti, che secondo lui sono nel posticipare l’attuazione completa del progetto alla formazione di assemblee municipali alternative e alla partecipazione alle elezioni locali. Infatti secondo Berti tutti i movimenti radicali che hanno posticipato in un futuro la realizzazione completa dei loro programmi, si sono progressivamente piegati al sistema perdendo ogni caratteristica originaria. Inoltre Berti critica la partecipazione alle elezioni, evidenziando un possibile rischio di trasformazione, come è avvenuto nel caso dei Verdi tedeschi, da “movimento” a partito centralizzato. Anche Maria Matteo, nell’articolo L’utopia del signor Vitali, attraverso l’analisi della profonda, e graduale, trasformazione della società che è insita nel progetto di Bookchin, critica la partecipazione alle elezioni locali.

Il gradualismo necessario ad una trasformazione mal si confà ad un’ipotesi di municipalismo in chiave elettoralista. Destrutturare dall’interno le istituzioni, anche mettendo momentaneamente da parte le più che legittime critiche anarchiche ad ogni meccanismo di delega incontrollabile e irreversibile, non può fare a meno d’una grossa maggioranza elettorale per avere qualche possibilità di successo. Una tale prospettiva non solo è decisamente poco realistica, ma anche pericolosa, poiché riduce a pura questione formale la costruzione di una società libertaria.

Divisioni
e critiche

“A” ha inoltre focalizzato la sua attenzione nei confronti della “Conferenza internazionale sulla politica dell’ecologia sociale: il municipalismo libertario”, organizzata a Lisbona dal 26 al 27 agosto ’98. Alla vigilia della conferenza “A” ha pubblicato un’intervista a Janet Biehl e successivamente un resoconto della conferenza dell’inviato della rivista Mimmo Pucciarelli, nel quale vengono riportate le divisioni emerse durante la conferenza sul progetto di Bookchin, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione alle elezioni locali. Le divisioni nei confronti del progetto di Bookchin emergono anche nella seconda conferenza internazionale sul tema “La politica dell’ecologia sociale: il municipalismo libertario”, svoltasi a Plainfield, nel Vermont, dal 26 al 29 Agosto ’99. La rivista pubblica sulle sue pagine un articolo di Janet Biehl sulla conferenza, nel quale risultano evidenti le avversità ancora riscontrate dal progetto di Bookchin, nel mondo libertario.

[…] il municipalismo libertario ha prodotto un certo interesse negli ambienti anarchici internazionali. Tuttavia, mentre alcuni si sono sentiti attratti dalle sue tesi, la maggioranza, a giudicare dalle discussioni sui periodici libertari e su Internet, ha espresso una certa perplessità sul fatto che il municipalismo libertario possa servire a un “ rinnovamento dell’anarchismo”. Non si accetta con facilità un coinvolgimento nella politica (anche nel senso di autogestione politica della comunità), per non parlare della disponibilità a sfruttare le elezioni comunali come strumento tattico per arrivare alle assemblee di cittadini. Anche chi guarda con maggior favore a queste tesi spesso ha difficoltà ad accettare una tattica del genere e tende a preferire una forma di municipalismo che sia più conforme a un’immagine tradizionale dell’anarchia, con la promozione di assemblee informali sull’onda delle campagne elettorali locali, senza nessuna intenzione di essere eletti.

Inoltre la rivista pubblica sulle sue pagine l’intervento di Murray Bookchin alla conferenza, nel quale, dopo aver posto la distinzione tra il termine comunitarismo e municipalismo libertario, e aver sottolineato il fatto che l’essere umano non può vivere senza istituzioni, arriva a considerare il municipalismo libertario come l’ultima occasione offerta al movimento anarchico di modificare la società esistente.

Di una cosa, comunque, io sono convinto: se un movimento municipalista libertario non riuscirà a favorire la nascita di un sistema a democrazia diretta e confederale, si dovranno rivedere drasticamente tutti gli ideali libertari. Non raccontiamoci storie, vi chiedo, nella speranza di riuscire a realizzare una società autenticamente libertaria senza creare una sfera pubblica, partendo da una politica elettorale che coinvolga la base e che si fondi sulla costituzione di assemblee a democrazia diretta. È questa, io credo, l’ultima occasione offerta al movimento libertario. Se non siete d’accordo, benissimo, ma in tal caso vi chiedo di usare un’etichetta diversa per le vostre idee: lasciate stare il nome “municipalismo libertario” e seguite la vostra strada fiancheggiata da imprese comunitarie e cooperativistiche, se non da monasteri taoisti e da dimore mistiche.

Nonostante questo caldo appello di Bookchin, le divisioni e le critiche, soprattutto per quanto concerne la partecipazione alle elezioni a livello locale, nei confronti del suo progetto di municipalismo libertario, rimangono sostanzialmente forti in ambito anarchico, in questo inizio del nuovo secolo.

Simone Borselli

Il dibattito su “A”ultima modifica: 2008-05-30T23:53:35+00:00da olaudaheq
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