La Bolivia sull’orlo dei Balcani

di Pablo Stefanoni

su Il Manifesto del 27/04/2008

«Cruceños alle armi che il tempo stringe», recitano minacciosi i graffiti falangisti dai muri di Santa Cruz de la Sierra. Di fronte alle misure prese dal governo centrale, considerate un’ «offesa», – come la bonifica dei terreni, il divieto di esportare olio o il congelamento dei conti regionali- in questi giorni, dalla dirigenza di questa regione orientale della Bolivia, roccaforte della destra, si sente sempre la stessa risposta: «Teniamo duro fino al 4 maggio, poi le cose cambieranno». Quel «D Day» si riferisce al plebiscito che, sebbene non riconosciuto dallo Stato, approverà fra una settimana gli ordinamenti che regoleranno l’autonomia di Santa Cruz (regione che produce il 3o per cento del Pil boliviano).
Tuttavia, il governo di Evo Morales ha infine deciso di non intervenire nel referendum e ha convinto i movimenti sociali a non recarsi a protestare in questa regione ribelle per cercare di impedirlo, evento che avrebbe resuscitato il fantasma sempre presente della «invasión campesina». Negli anni 50,infatti, gruppi militari di contadini nazionalisti repressero i falangisti di Santa Cruz provocando numerosi morti.
«Abbiamo tenuto in considerazione la richiesta del presidente Evo Morales di non andare a Santa Cruz onde evitare qualsiasi rischio di scontro con l’oligarchia», ha dichiarato Julio Salazar, leader dei cocaleros. Soltanto in alcune regioni, ad esempio i territori guaranì o alcuni quartieri popolari come Plan 3000, i dirigenti hanno affermato che «non verrà permesso che si istituiscano i seggi».
Inoltre, ieri il governo ha aggiunto che il giorno del referendum – «consultazione dispendiosa” a detta del vicepresidente ??lvaro García Linera – non si aumenteranno i contingenti militari e di polizia. Giorni fa il governo ha ammorbidito il divieto per l’esportazione di olio, permettendo la vendita a quelle imprese che ridurranno i prezzi sul mercato interno. «Il referendum è ormai irreversibile, bisogna dimostrare che lo Stato è presente e non latitante evitando però lo scontro», ha detto a Il manifesto un funzionario della vicepresidenza, riassumendo così la strategia ufficiale.
Politici e analisti credono che dopo il 4 maggio «non resterà altro che negoziare». Il rischio, come ha segnalato il senatore Carlos Börth ( destra), è che dal 5 maggio emerga un «caos istituzionale». A Santa Cruz il recente congelamento dei trasferimenti fiscali da parte del governo e il taglio alla redistribuzione delle imposte sul petrolio- per la sua sconnessione dal sistema di controllo centralizzato sembra una minaccia del governo centrale per il giorno dopo: se la direzione regionale decide di applicare di fatto l’autonomia i rubinetti si chiudono. Ieri il governo si è nuovamente connesso al sistema Sigma e il Ministero delle Finanze ha riattivato i conti e i flussi. La battaglia, però, non è finita.
La scommessa del governo consiste nello stendere un velo di dubbi su una consultazione che non raggiungerà la quota minima del No – visto che il Mas di Evo Morales proclama l’astensione- e nella quale mancheranno ispettori stranieri, visto il mancato riconoscimento da parte della comunità internazionale.
Per il momento, la «guerra» tra governo e opposizione regionale si combatte sui media. «Come non votare SI se il nostro futuro è qui e non là, lontano, nel centralismo (di La Paz)», dice una famiglia di immigrati «collas» in uno spot autonomista che cerca di contrastare l’accusa di volere l’autonomia «per separarsi dagli indios». Persino il governo locale ha adottato come parola d’ordine il termine «guaranì Iyambae» ( senza padroni), usato contro il lavoro servile nelle haciendas.
Entrambe i fronti sono però consapevoli che l’animo popolare si muove al ritmo dei suoi bisogni insoddisfatti. Ieri la preoccupazione degli abitanti di Santa Cruz era la polemica sui trasporti per il prezzo del biglietto e la televisione si dedicava alle vicine elezioni di domenica per Miss Tradición, in una regione «procacciatrice» di quasi tutte le miss boliviane.
Per questo la battaglia più importante a cui si assiste a Santa Cruz è quella per le opere pubbliche: il governatore Rubèn Costas trascorre quasi tutto il suo tempo nella zona rurale mentre il mandatario distribuisce i già famosi assegni venezuelani scandendo il motto «La Bolivia cambia, Evo mantiene le promesse». E così, acqua potabile, computer, terre o elettricità portano il marchio dell’autonomia o dell’unità nazionale a seconda di chi sia il promotore.
Ieri nella località di Mariana, 150 km da Santa Cruz, Morales è arrivato con alcuni computer dichiarando la città libera dall’analfabetismo. «Evo, un’altra volta a Santa Cruz», titolava una delle reti televisive, come se si trattasse di un’anomalia.
Per dissipare i dubbi e rispondere all’accusa che gli ordinamenti sarebbero separatisti un video di propaganda dichiara che «non ci sarà bisogno del passaporto per entrare a Santa Cruz (dal resto della Bolivia, chiaramente!)».

(trad. di Sarah Fogagnoli)

La Bolivia sull’orlo dei Balcaniultima modifica: 2008-04-28T15:15:48+00:00da olaudaheq
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